Proponiamo qui di seguito il resoconto di un’intervista generosamente concessa da John Armstead, il 13/01/2011, appositamente per fare chiarezza su alcune questioni che riguardano questa arte marziale, che nei suoi libri non vengono affrontate e che nei capitoli precedenti non abbiamo argomentato a sufficienza.

Il maestro John Armstead è nato il 15 febbraio del 1944 in un piccolo paese dell’Eire, Ennystimon, Co. Clare. A Londra, dal 1961, si dedica all’arte del Kung Fu, frequentando il corso del Sifu Lefty Thomas, Grand Master in Gran Bretagna della Judan Kung fu Karate Academy, diretto discepolo del Grand Master Ky Tomotashi, il quale è fondatore dell’Okinawan Kung fu. John nel 1971 fonda a Roma la prima palestra di Kung Fu di Okinawa (Okinawan Kung Fu Academy ). Ha pubblicato due libri sul Kung fu di Okinawa, il primo nel 1975 e il secondo nel 1983(Edizioni Mediterranee); nel 1993 ha girato il video “La grade scuola delle Arti Marziali – Kung Fu e difesa personale” (Edizioni Eagle Pictures srl). Oggi è il Grand Master di Kung Fu di Okinawa e ha migliaia di allievi sparsi in tutto il mondo, molti dei quali hanno basato sul Kung Fu la loro formazione sportiva per poi diventare campioni in altre discipline come il Full Contact ,Kick Boxing,ecc.Egli ha vinto il premio Old Stars of Martial Arts, un riconoscimento dato ai maestri che insegnano da tanti anni in Italiae che hanno formato centinaia di atleti e istruttori nel Lazio e quindi rappresentano la memoria storica delle arti marzialidella nostra regione.

Ci può parlare brevemente di come è iniziata la sua vita dedita alle arti marziali?

Ho lasciato L’Irlanda a 17 anni nel giugno del 1961 per andare in Inghilterra. Lì conobbi in un pub un ragazzo che faceva delle strane mosse, così gli chiesi: “Cosa stai facendo?” Lui rispose: “Queste sono mosse di Kung Fu Karate!” “Allora, interessato, gli chiesi se avessi potuto anche io praticare quest’arte marziale. Ero curioso!” “Lui però, inizialmente, mi rispose che non potevo partecipare al corso da lui frequentato, perché per essere ammessi bisognava avere dei requisiti particolari. Dopo aver insistito per diversi giorni, lui rispose che avrei potuto avere accesso alle lezioni di Kung Fu Karate, ma che avrei dovuto stare in assoluto silenzio nel dojo e rispettare il regolamento. Inizialmente mi allenai con questo ragazzo che era istruttore, e non vidi mai il Grand Master Lefty Thomas. Dopo due anni durante i quali sentii parlare di lui, un giorno vidi al corso un uomo piccolo di statura. Inizialmente pensai che fosse un altro allievo di Lefty. Lo vidi entrare e colpire un grosso sacco di sabbia: era proprio lui ed era fortissimo! Da quel momento pensai che anche io avrei voluto diventare così abile! Tra gli allievi di Lefty c’erano tre cinture marroni (istruttori), ed io dopo tre mesi, allenandomi con Thomas, raggiunsi il loro livello. Ho fatto passi da gigante allenandomi sempre. Per me quest’arte marziale era diventata uno stile di vita.

Quando iniziò a insegnare quest’arte marziale, nel 1971 all’età di 27 anni in Italia, che approccio si aspettava dagli italiani e quale fu?

Inizialmente non conoscevo nessuno e aprii il corso nella palestra di judo nel quartiere di Monte Mario, perché in quegli anni erano famosi in Italia il Judo e il Karate Goju Ryu. Stiamo parlando di un periodo in cui la fama di Bruce Lee non si era ancora diffusa. Insomma un giorno, mentre mi allenavo colpendo un sacco vecchio, lo distrussi con un pugno per errore! Si sparse la voce di quell’episodio e in poco tempo la palestra fu piena di praticanti

Come si è evoluto nel tempo il rapporto con i suoi allievi sul dojo (palestra)?

Sin dagli inizi del mio insegnamento, il rapporto con gli allievi si è sempre basato, e si basa ancora oggi, sul rispetto, soprattutto sul tatami. Ciò che mi disturba è il fatto che molti miei allievi siano andati via dopo numerosi anni di allenamento ed abbiano aperto dei corsi senza comunicarmelo, utilizzando il nome di Kung Fu di Okinawa, ma insegnando altri stili. Anche se premetto che rispetto ogni tipo di arte marziale e apprezzo le loro diversità. Sono contrario, invece, all’omologazione tecnica dei praticanti. Questo avviene spesso quando l’arte marziale diventa sport. Ciò comporta una riduzione del numero delle tecniche, che devono essere eseguite tutte nello stesso modo. Secondo me, invece, ogni individuo esprime e deve esprimere in modo diverso la propria arte, attraverso corpo, spirito e mente. Un altro punto importante riguarda l’egocentrismo che rischia di svilupparsi nei praticanti. È capitato anche a me, ma è una condizione che va superata. Bisogna ricordarsi di essere sempre umili non solo nel dojo, ma anche nella vita.

Nel primo volume del suo libro è scritto che lei ha partecipato a degli stage di Karate ad Okinawa, ci può raccontare dei dettagli al riguardo e se è rimasto in contatto con dei maestri o allievi?

Nel ’67 sono andato per sei settimane con il Grand Master Thomas ad Okinawa per imparare il Karate. Le lezioni duravano 6 ore al giorno per sei giorni a settimana. Partecipavano persone provenienti da molte parti del mondo. Ebbi questa grande opportunità perché ero uno dei migliori allievi di Thomas. Questo stage era durissimo, inizialmente risultavano 250 ragazzi iscritti e alla fine eravamo rimasti solo in 28. Ricordo che ogni giorno, alla fine della lezione, mi facevano male tutti i muscoli, ogni singola fibra e solo dopo un mese circa riuscii ad abituarmi. Alla fine ero diventato prima di tutto forte mentalmente e poi fisicamente.

Ci sono altre palestre che insegnano questo stile nel mondo?

Sicuramente insegnano o hanno insegnato alcuni tra gli allievi più forti del Grand Master Thomas. D. N. ha fondato una palestra in Australia, mio fratello L. A. insegna in Inghilterra e il maestro E. D. in California

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